
C’è una data che, per chi è cresciuto con Harry Potter, non è mai stata semplicemente una data sul calendario. 1 settembre. Ore 11:00. Binario 9¾. Il fischio dell’Hogwarts Express. Una valigia troppo pesante, una gabbia con un gufo, un mantello infilato in fretta e quella sensazione meravigliosa che da qualche parte, oltre un muro apparentemente normalissimo, possa esistere ancora un mondo fatto di magia. Domani, 1 settembre 2026, come faccio ormai ogni anno, sui miei social tornerò ancora una volta ad Hogwarts. E anche quest’anno lo farò a modo mio. Con l’arte, con le immagini, con una bacchetta tra le mani, con quella parte di me che continua ostinatamente a credere che la fantasia non sia qualcosa da abbandonare crescendo, ma qualcosa da difendere. Per me il Back to Hogwarts non è mai stato soltanto un appuntamento dedicato a Harry Potter. È quasi un piccolo rito. È il momento dell’anno in cui torno dal bambino che sono stato. Quello che credeva che dietro una porta potesse esserci un passaggio segreto. Quello che avrebbe dato qualsiasi cosa per ricevere una lettera scritta con inchiostro verde. Quello che attraverso quei libri e quei film ha imparato che essere diverso non significava necessariamente essere sbagliato. Anzi. Hogwarts era proprio il luogo dove le persone strane, fuori posto, eccentriche e apparentemente inadatte al mondo normale finalmente trovavano una casa. Ed è forse per questo che quella storia è entrata così profondamente dentro tanti di noi. Harry Potter, Hermione, Ron, Luna, Neville e tutti gli altri non erano perfetti. Erano fragili. Sbagliavano. Avevano paura. A volte erano soli. Ma proprio attraverso quelle fragilità imparavano una delle cose più importanti di tutta la saga: sono le nostre scelte a raccontare chi siamo davvero. Ed è una frase che oggi, paradossalmente, sento ancora più forte. Perché negli ultimi anni tornare ad Hogwarts è diventato, almeno per me, un po’ più complicato. Non posso fingere che non sia così. Le posizioni espresse pubblicamente da J.K. Rowling sul tema delle persone transgender hanno creato una frattura enorme all’interno della comunità che per decenni si era riconosciuta nel mondo di Harry Potter. E io quella frattura la sento. Perché quando ami profondamente un’opera, inevitabilmente una parte di quell’opera diventa tua. Entra nei tuoi ricordi. Nella tua creatività. Nelle amicizie. Nelle giornate passate a immaginare incantesimi, creature fantastiche, bacchette e mondi che non esistono. Poi però arriva un momento in cui devi fare i conti con una domanda molto più difficile: possiamo continuare ad amare una storia quando non ci riconosciamo più nelle idee della persona che l’ha creata? Non credo esista una risposta uguale per tutti. C’è chi ha scelto di allontanarsi completamente da questo universo. C’è chi riesce a separare l’opera dall’autrice. C’è chi si trova esattamente nel mezzo. Io probabilmente appartengo a quest’ultima categoria. Perché non voglio cancellare quello che Hogwarts ha significato per me. Ma allo stesso tempo non voglio nemmeno ignorare il disagio e il dolore provato da tante persone trans che per anni avevano trovato proprio in quella storia un luogo simbolico in cui sentirsi accolte. Ed è qui che, per me, entra in gioco qualcosa di molto importante. Le storie, una volta consegnate al mondo, smettono in parte di appartenere soltanto a chi le ha scritte. Diventano anche di chi le ha lette. Di chi ci ha pianto. Di chi ha trovato coraggio grazie a quelle pagine. Di chi ha incontrato i propri amici attraverso quella passione. Di chi ha costruito opere, cosplay, fan art, sculture, musica, comunità e ricordi partendo da quella scintilla. La Hogwarts che porto dentro di me oggi non è necessariamente quella di qualcun altro. È una Hogwarts che parla di inclusione. Di libertà. Di identità. Di persone considerate strane che finalmente trovano il proprio posto. Una Hogwarts dove nessuno dovrebbe sentirsi meno degno di salire su quel treno. E forse è proprio questo il significato che voglio dare al mio Back to Hogwarts 2026. Non un ritorno nostalgico a qualcosa che appartiene soltanto al passato. Ma una piccola riappropriazione della magia. Un modo per dire che possiamo continuare ad amare ciò che una storia ci ha insegnato e, allo stesso tempo, avere il coraggio di criticarne chi l’ha creata quando sentiamo che certe posizioni non rappresentano i valori nei quali crediamo. Perché crescere significa anche questo. Scoprire che i nostri eroi possono deluderci. Che le cose che amiamo possono diventare più complesse. Che il mondo raramente è diviso davvero tra buoni e cattivi come nelle favole. Eppure decidere comunque cosa vogliamo portare con noi. Io porto con me la curiosità di Hermione. La stranezza meravigliosa di Luna. Il coraggio silenzioso di Neville. L’importanza dell’amicizia. La convinzione che le differenze possano essere una forza. E soprattutto quella piccola idea, forse ingenua ma potentissima, che la magia esista ogni volta che qualcuno riesce a trasformare qualcosa di ordinario in qualcosa capace di emozionare. È quello che provo a fare ogni giorno con le mie mani, con le mie sculture, con le mie illustrazioni e con tutto ciò che creo. Per questo domani prenderò ancora una volta quella bacchetta. Guarderò idealmente verso il binario 9¾. E tornerò ad Hogwarts. Non facendo finta che nulla sia successo. Non ignorando le contraddizioni. Ma scegliendo consapevolmente quale parte di quella magia continuare a portare con me. Perché forse crescere non significa smettere di aspettare la lettera di Hogwarts. Significa capire che, a un certo punto, quella magia dobbiamo imparare a costruircela da soli. E io credo di aver scelto da tempo come farlo. Con l’arte. Con la creatività. Con l’immaginazione. E lasciando sempre un posto sul treno per chiunque abbia bisogno di sentirsi, almeno per un momento, finalmente a casa. Buon Back to Hogwarts 2026. Ci vediamo domani, 1 settembre, sui miei social. La bacchetta è pronta. E forse, da qualche parte, il treno ci sta ancora aspettando. ⚡️🏰🪄

Riesci sempre a trovare le parole giuste per esprimere un pensiero comune, d’accordo su tutto, è la vita che va così, cresciamo, maturiamo e cambiamo vedute come è giusto che sia…. Ameremo sempre certe cose, anche se col tempo le vedremo con occhi diversi…
Idea geniale da quest’anno anche io farò questo rito di ritorno alle origini grazie…
Caro Umbi… mi sono immersa completamente in ciò che hai scritto ed anch’io ,come te , credo che vivere con creatività attraverso l’arte ,la musica , la danza ,in qualsiasi forma renda ancor più magica la nostra amata terra che racchiude, se guardata con gli occhi della meraviglia , un mondo sorprendentemente bello!.. ed è qui che si riscopre la vera bellezza che ci porta inevitabilmente ad amarla nonostante la realtà di oggi!…. Quindi continuiamo a potare avanti con amore la nostra missione cioè quella di non far dimenticare ,attraverso il nostro modo di creare fantasia, che tutti siamo parte di questa meraviglia ! Tvb
Un articolo profondo, uno spessore morale fuori dalla media, una capacità di analisi di una persona che ha vissuto intensamente il bello ed il brutto ed ha fatto una scelta coraggiosa a dir poco..andare avanti con consapevolezza e onestà. Ti ammiro, ma questo già lo sai ❣️
È incredibile come ogni anno questo rito riesca a toccare corde che pensavo sopite.
Leggere ciò che hai scritto è come riaprire una porta che conosco da sempre: quella parte di noi che non smette di cercare magia anche quando il mondo diventa più complicato.
Hai messo in parole esattamente quel punto fragile e potente in cui ci ritroviamo tutti: continuare ad amare ciò che ci ha cresciuti, pur sapendo che oggi lo guardiamo con occhi diversi.
E forse è proprio questo il bello… che la magia cambia con noi, si trasforma, si evolve, ma non smette mai di chiamarci.
Domani quel treno lo prendo anche io, idealmente.
Perché certe case, anche quando diventano difficili, restano casa.
Grazie davvero per questo pezzo. Mi ha fatto bene. ⚡️🪄🏰